
Come fa la plastica a inquinare il mare?
Ma insomma, questa plastica. La troviamo ovunque: nel flacone dello shampoo, nel sacchetto della spesa, persino in quella gadget che ti hanno regalato e che non usi mai. E poi? Poi, inevitabilmente, finisce nei posti sbagliati. E se c’è un posto sbagliato per eccellenza, quello che ci fa storcere il naso più di tutti, è il nostro magnifico, immenso, fondamentale mare. Ma come diavolo fa a finire lì? E soprattutto, che caspita ci combina una volta arrivata? Se siete curiosi di scoprire i retroscena di questa incredibile, e non proprio piacevole, avventura marina della plastica, allacciate le cinture e preparatevi a fare un tuffo nelle spiegazioni. Non temete, non serve costume da bagno, solo un po’ di voglia di capire.
Dal bidone blu all’abisso blu: il viaggio della plastica
Diciamocelo, a volte siamo un po’ pigri. Gettiamo la bottiglietta d’acqua nel primo cestino che troviamo, magari quello grigio, quello dell’indifferenziato. Ma anche quando facciamo gli “angelici” e la mettiamo nel sacco giusto, quello della raccolta differenziata della plastica, il viaggio non è finito. Molta di questa plastica, purtroppo, non finisce nelle mani giuste per essere riciclata. Inizia così un periplo che, per certi versi, ricorda una gita scolastica andata un po’ troppo lunga: invece di tornare a casa, si ritrova in mare.
Come succede? Semplice, ma tragico. Fiumi, torrenti, scarichi urbani non adeguatamente trattati, e anche le discariche che, diciamocelo, non sono sempre chiuse ermeticamente come dovrebbero, fanno da autostrada verso il mare. Una pioggia un po’ più forte, un vento sfacciato, e voilà, il nostro amico rifiuto di plastica imbocca la via del mare. E non parliamo solo di quelli grossi e evidenti. Anche i piccoli oggetti, i mozziconi di sigaretta (con il loro filtro in acetato di cellulosa, che è plastica!), le microparticelle rilasciate dai tessuti sintetici quando li laviamo… tutto contribuisce a questo mega-flusso. È un po’ come se il mare fosse il parcheggio finale per tutto quello che noi, con un colpo di spugna, cerchiamo di far sparire dalla nostra vista.
La plastificazione degli oceani: cosa succede laggiù?
Una volta arrivata nel grande blu, la plastica non è che si dissolva magicamente, tipo zucchero nel caffè. Anzi. Passa il suo tempo a fare un po’ quello che vuole. Le correnti la portano dove vogliono loro, creando vere e proprie isole di rifiuti, come la famigerata “Great Pacific Garbage Patch”, che è più grande della Francia. Immaginate una sorta di zattera di plastica galleggiante, ma senza nessuno a guidarla. E se galleggia, bene. Ma molta plastica, per fortuna (o forse no, dipende dai punti di vista), affonda, finendo sui fondali marini, trasformando prairies di posidonia in discariche sottomarine.
I “supereroi” che non vorremmo mai: le microplastiche
E qui arriviamo al dunque, al vero dramma silenzioso. La plastica esposta al sole, all’azione delle onde e degli agenti atmosferici, inizia a sbriciolarsi. Non si decompone, attenzione! Si riduce in pezzettini sempre più piccoli, fino a diventare microscopica. Parliamo delle famose microplastiche. Pensatele come i residui di una festa finita male: tante briciole invisibili ma onnipresenti. Queste minuscole particelle sono ovunque: nell’acqua che respiriamo, nel sale che usiamo, e, ahimè, nei nostri piatti.
Queste microplastiche, per la loro dimensione, sono facilmente ingeribili dagli organismi marini. Dai minuscoli plancton ai pesci più grandi, passando per molluschi e crostacei, tutti rischiano di scambiarle per cibo. E qui inizia il vero problema per l’ecosistema marino.
Un pasto che non va giù: l’impatto sulla fauna marina
Immaginate di mangiare un sacchetto di plastica pensando che sia un gustoso calamaro. Non proprio il massimo, vero? Purtroppo, è quello che succede ai poveri animali marini. Quando ingeriscono plastica, che sia in pezzi più grossi o in microframmenti, non riescono a digerirla. Questa plastica occupa il loro stomaco, dando una falsa sensazione di sazietà, ma senza apportare alcun nutrimento. Il risultato? La fame, l’indebolimento e, in molti casi, la morte.
Ma non finisce qui. La plastica, come una spugna impazzita, assorbe e concentra sostanze tossiche presenti nell’acqua. Quando un animale mangia un pezzo di plastica contaminato, ingerisce queste tossine, che poi si accumulano nei suoi tessuti. E se un pesce più grande mangia a sua volta pesci più piccoli contaminati, queste tossine risalgono la catena alimentare, arrivando potenzialmente anche nei nostri piatti. Insomma, un effetto domino che non fa bene a nessuno.
| Anno | Stima di plastica immessa negli oceani (milioni di tonnellate) | Effetto |
|---|---|---|
| 2010 | 8 | Danni agli ecosistemi marini e alla fauna |
| 2025 (proiezione) | 12 | Aumento del rischio per la catena alimentare |
| 2050 (proiezione) | 15-20 | Massiccia contaminazione da microplastiche, impatto catastrofico |
La danza delle correnti e l’effetto a catena
Le correnti oceaniche sono un po’ come le autostrade del mare, ma senza limiti di velocità e, purtroppo, senza caselli per pagare il pedaggio. La plastica che finisce in acqua viene trasportata ovunque. A volte si accumula in zone di convergenza delle correnti, creando quelle vere e proprie “zuppe” di rifiuti che vediamo nelle foto più drammatiche. Altre volte, finisce nelle acque costiere, spiaggiandosi e creando un disastro visivo ed ecologico sulle nostre amate spiagge.
E non dimentichiamoci del fondo marino. Molti detriti plastici, soprattutto quelli più densi o incrostati di organismi marini, affondano. Arrivano sui fondali, disturbando la vita di coralli, spugne e altri organismi che vivono lì, soffocandoli o rendendo difficile la loro sopravvivenza. È un po’ come se qualcuno decidesse di trasformare il vostro giardino in una discarica di vecchi elettrodomestici. Insomma, un vero e proprio inquinamento che non si ferma alla superficie.
Cosa possiamo fare noi, gente comune?
Beh, visto che la plastica ha un modo così efficace per arrivare nel nostro mare, forse dovremmo pensare a come fermarla prima che parta. Ridurre il consumo di plastica monouso è il primo passo, quello più semplice e immediato. Portarsi una borraccia, una tazza per il caffè, delle borse riutilizzabili per la spesa… sono tutte piccole azioni che, moltiplicate per milioni di persone, fanno una differenza enorme. E poi, c’è la raccolta differenziata, fatta bene, senza troppa confusione. E se proprio ci sentiamo eroici, possiamo partecipare a giornate di pulizia delle spiagge. Diciamocelo, raccogliere bottiglie e tappi sulla sabbia è molto più gratificante che vederli finire nel pancino di una tartaruga marina.
Domande frequenti
Perché la plastica non si decompone come altri materiali?
La plastica è fatta di molecole legate tra loro in catene lunghe e resistenti, un po’ come i mattoncini di un Lego indistruttibili. A differenza di materiali organici, non ci sono batteri o enzimi in grado di “mangiarla” e scomporla in elementi semplici. Viene solo sbriciolata in pezzi più piccoli.
Quali sono i tipi di plastica più dannosi per il mare?
In realtà, quasi tutta la plastica è dannosa. Tuttavia, gli oggetti più comuni come bottiglie, sacchetti, tappi e imballaggi sono i maggiori responsabili per la quantità. Le microplastiche, anche quelle derivanti dai tessuti sintetici (microfibre), sono estremamente preoccupanti per la loro invisibilità e capacità di essere ingerite.
Le microplastiche finiscono nella catena alimentare umana?
Purtroppo sì. Le microplastiche presenti nel mare vengono ingerite dai pesci e da altri organismi marini che poi finiscono sulle nostre tavole. Gli scienziati stanno ancora studiando l’esatto impatto sulla salute umana, ma è chiaro che la presenza di plastica nel cibo non è esattamente il condimento che speravamo.
Cosa sono le isole di plastica?
Sono enormi accumuli di detriti plastici galleggianti che si formano in alcune zone degli oceani dove le correnti convergono. Non sono vere e proprie isole solide su cui camminare, ma piuttosto vastissime “zuppe” di plastica che possono estendersi per chilometri quadrati, con effetti devastanti sull’ambiente marino.
