
Cosa sono le zone morte negli oceani?
Amici del mare, diciamocelo, chi non ha mai sognato di tuffarsi in un’acqua cristallina, magari a fare il bagno in un angolo di paradiso incontaminato? Poi però senti parlare di “zone morte” negli oceani e ti viene un po’ il batticuore, vero? Sembra roba da film horror sottomarino, dove ogni pesce si contorce come in un musical fallito. Ma niente paura, non siamo qui per farvi venire il mal di mare virtuale. Oggi, con la calma di chi ha appena finito un’ottima spaghettata allo scoglio, mettiamo un po’ d’ordine e spieghiamo cosa sono queste famigerate zone morte, perché nascono e, soprattutto, se c’è speranza di farle tornare a essere degli scintillanti paradisi blu. Preparatevi a un viaggio nelle profondità, ma con un occhio sempre puntato alla simpatia e all’ironia, perché il mare, anche quando soffre, merita rispetto… e una spiegazione chiara!
Dove l’ossigeno è un lusso
Immaginatevi un locale affollatissimo, ma proprio affollatissimo, tipo concerto di Vasco Rossi. A un certo punto, l’aria inizia a farsi rarefatta, tutti iniziano a faticare per respirare, e quelli più deboli… beh, non ce la fanno. Ecco, grossomodo, questo è quello che succede nelle zone morte degli oceani. La differenza è che qui non c’è il problema del rumore assordante, ma quello di una carenza gravissima di ossigeno. Tecnicamente, parliamo di aree marine dove la concentrazione di ossigeno disciolto nell’acqua scende al di sotto di una soglia critica, rendendo la vita difficile, se non impossibile, per la maggior parte degli organismi marini. I pesci più grandi e agili riescono a scappare, ma molluschi, crostacei, stelle marine e tutti quei poveretti che non hanno le pinne propulsive di un tonno rosso, sono condannati a soffocare. Un vero e proprio dramma ecologico che sta prendendo piede, purtroppo, sempre più in fretta.
I colpevoli: un mix tossico
E chi è il cattivo di questa storia? Beh, non è un singolo mostro marino, ma un insieme di fattori, con l’uomo al centro della scena. Il principale imputato è l’inquinamento, soprattutto quello di origine terrestre. Pensate a tutti i nutrienti in eccesso, come azoto e fosforo, che finiscono nei nostri mari. Da dove arrivano? Principalmente dall’agricoltura intensiva, con fertilizzanti che vengono lavati via dalle piogge e finiscono nei fiumi, e poi nel mare. Ma non solo! Anche scarichi urbani non adeguatamente trattati e reflui industriali giocano la loro parte. Questi nutrienti, una volta in acqua, fanno un po’ da fertilizzante anche per le alghe, scatenando quelle che chiamiamo fioriture algali. Sembra una cosa bella, no? Una distesa verde brillante! E invece no, è il preludio al disastro.
La strategia delle alghe: bloom e poi… buio
Quando le alghe proliferano in modo incontrollato (ecco la fioritura!), creano una sorta di “coperta” sulla superficie del mare. Questa coperta, oltre a bloccare la luce solare che arriva alle piante marine sottostanti, è un vero e proprio trampolino di lancio per il problema ossigeno. Alla fine del loro ciclo vitale, queste alghe muoiono e iniziano a decomporsi. E chi si occupa della pulizia? Batteri. Tanti, tantissimi batteri. Il problema è che questi batteri, per fare il loro lavoro di “spazzini” marini, consumano una quantità enorme di ossigeno. Se la biomassa algale è enorme, il consumo di ossigeno da parte dei batteri diventa insostenibile per l’ecosistema. È come se al concerto di Vasco, dopo che la band ha finito, arrivasse un esercito di spazzini che a ogni mossa solleva nuvole di polvere, rendendo l’aria irrespirabile per tutti. Il risultato? L’ossigeno si esaurisce, soprattutto negli strati più profondi dove l’acqua è meno agitata e il ricambio è più lento. Le zone morte sono servite!
Un fenomeno globale con un impatto locale
Non pensiate che questo sia un problema che riguarda solo le acque tropicali. Le zone morte si trovano un po’ ovunque nel mondo, dalle coste degli Stati Uniti (il Golfo del Messico ne è un esempio classico e tristemente famoso) al Mar Baltico, passando per aree nel Mediterraneo e in Asia. La loro dimensione può variare enormemente, da pochi chilometri quadrati a vere e proprie “autostrade” di desolazione acquatica. Purtroppo, con il riscaldamento globale, che rende l’acqua più calda (e l’acqua calda trattiene meno ossigeno) e intensifica i fenomeni meteorologici estremi che possono aumentare il deflusso di nutrienti a mare, il problema rischia di peggiorare.
| Regione | Causa principale | Stima superficie (km²) |
|---|---|---|
| Golfo del Messico (USA) | Eccesso di nutrienti dal fiume Mississippi (agricoltura) | Circa 20.000-25.000 (varia stagionalmente) |
| Mar Baltico | Eccesso di nutrienti da agricoltura e scarichi urbani | Circa 60.000-70.000 (il più esteso al mondo) |
| Costa della Louisiana (USA) | Eccesso di nutrienti | Simile al Golfo del Messico, spesso interconnesse |
| Chesapeake Bay (USA) | Eccesso di nutrienti da agricoltura e scarichi urbani | Circa 4.000-5.000 (varia stagionalmente) |
| Fiume Yangtze (Cina) | Eccesso di nutrienti da agricoltura e industria | Centinaia (con aree con quasi assenza di ossigeno) |
Come vedete dalla tabella, le dimensioni sono davvero impressionanti. Non stiamo parlando di piccole pozzanghere, ma di aree che possono superare le dimensioni di intere regioni italiane. E non è solo una questione di estetica, ma di impatto su interi ecosistemi e sulle risorse che il mare ci offre.
Cosa possiamo fare, noi comuni mortali (e non solo)?
La buona notizia, amici miei, è che queste zone morte non sono una condanna eterna. Se si agisce in fretta e in modo coordinato, la situazione può migliorare. Si tratta essenzialmente di ridurre l’apporto di nutrienti in eccesso nei nostri mari. Come? Beh, qui entra in gioco ognuno di noi, ma anche le politiche governative. A livello agricolo, si può lavorare su pratiche più sostenibili, che riducano l’uso di fertilizzanti e migliorino la gestione dei reflui. A livello urbano, è fondamentale potenziare i sistemi di depurazione delle acque reflue. E noi, nel nostro piccolo? Possiamo fare scelte consapevoli quando acquistiamo prodotti alimentari, preferendo quelli provenienti da filiere sostenibili, e informarci su come vengono gestiti gli scarichi nelle nostre città. Ogni piccolo gesto conta. È come quando si organizza una festa: se tutti portano qualcosa, alla fine si crea un banchetto delizioso. Se invece solo uno porta le patatine, beh, non si va molto lontano!
Domande frequenti
Le zone morte sono per sempre?
No, assolutamente no! Con la riduzione dell’inquinamento da nutrienti, i livelli di ossigeno possono gradualmente aumentare, permettendo alla vita marina di tornare. È un processo che richiede tempo e impegno costante, ma i miglioramenti sono possibili.
Solo l’inquinamento causa zone morte?
L’inquinamento da nutrienti è la causa principale e più diffusa. Tuttavia, anche fenomeni naturali come la stagnazione delle acque e l’aumento delle temperature marine (legate al cambiamento climatico) possono peggiorare la situazione, creando condizioni più favorevoli alla formazione di aree con basso ossigeno.
Si può nuotare in una zona morta?
Fortunatamente, le zone morte si trovano solitamente negli strati più profondi del mare, dove l’ossigeno è scarso. Nelle aree superficiali, dove solitamente nuotiamo, l’ossigeno è sufficiente. Tuttavia, la presenza di zone morte indica un ecosistema in sofferenza, che è meglio preservare.
Le zone morte uccidono solo i pesci?
No, le zone morte sono devastanti per quasi tutti gli organismi marini che non riescono a spostarsi, inclusi molluschi, crostacei, stelle marine e organismi bentonici. Distruggono interi ecosistemi e la biodiversità del mare.


